FEAR OF YOU
- CAPITOLO 3: REMEMBER -
Un'altra fitta allo stomaco.
Sbuffai, e controllai l'ora per l'ennesima volta: 18:02.
Era da più di 24 ore che non mangiavo, ma non avevo il coraggio di scendere in cucina, e incontrare di nuovo il ragazzo con gli occhi rossi.
Se fossi scesa, però, avrei potuto prendere cibo a sufficenza per qualche giorno, ed evitare di scendere ogni volta.
Mi feci coraggio e scesi dal letto, rabbrividendo quando i piedi nudi vennero a contatto con il pavimento freddo.
Scesi le scale in punta di piedi, attenta a fare meno rumore possibile.
Fu tutto inutile.
Lui era lì, sdraiato comodamente sul divano, le mani intrecciate sotto la testa e un piede penzoloni, e mi guardava.
Lo ignorai, cercando di calmare i battiti furiosi del mio cuore, e mi diressi in cucina.
Solo che, un attimo dopo, lui era seduto accanto al lavandino, e continuava a fissarmi.
Sussultai quando lo vidi apparire dal nulla, per poi fare finta di niente, e raggiungere il frigo. Lo aprii, sbirciandovi dentro.
Trovai solo due pomodori marci e un vasetto di yougurt.
Presi lo yougurt, leggendo la data di scadenza. Era andato a male da più di due settimane.
Lo rimisi a posto, chiudendo il frigo e voltandomi verso di lui.
<< Come ti chiami? >>
<< Edward. >>
<< Edward... ? >>
<< Edward e basta >>, tagliò corto lui.
Bene. Ora il ragazzo con gli occhi rossi aveva un nome.
Un bel nome.
<< Bene, Edward. Il tuo frigo piange. >>
Sollevò leggermente gli angoli della bocca, accennando un sorriso.
<< E' da tanto che non faccio la spesa. >>
<< Ah. E cosa mangi, allora? >>
Stavolta il sorriso fu più accentato.
Wow. Facciamo progressi.
<< Fidati, è meglio che tu non lo sappia. >> Corrugai le sopracciglia. Mi aspettavo più una risposta del tipo " mangio al ristorante ".
Cambiai argomento. Chissà perchè, qualcosa mi diceva che era davvero meglio non saperlo.
<< Bè, io ho fame. Vado a fare la spesa. >>
E nel frattempo avrei comprato anche un paio di scarpe.
<< Tu non vai proprio da nessuna parte. Ci vado io a fare la spesa. >>
Lo guardai, sollevando le sopracciglia.
Pensava forse che avrei colto l'occasione per scappare?
Era stato piuttosto chiaro nel dirmi che se ci avessi provato, mi avrebbe uccisa.
Ma lui non mi badò minimamente. Scese con agilità dal piano cottura e mi passò accanto, tirando fuori dalla tasca le chiavi della macchina, e facendole roteare su un dito.
Prima di uscire, però, si voltò verso di me, sorridendomi.
Stavolta per davvero.
<< Ricorda, Isabella: tu scappi, io ti ammazzo. >>
Cambiai canale.
Su questo davano il telegiornale.
Feci per cambiare di nuovo, quando una notizia attirò la mia attenzione.
<< ... anche la terza sorella Swan. A dare l'allarme è stata un'amica di Isabella, Angela Weber, che aveva un appuntamento con la giovane.
Non trovando la sua amica, la ragazza ha subito avvertito la polizia.
Da 22 giorni non si hanno più notizie di Rosalie, la più grande tra le Swan, mentre da due settimane si procede con le ricerche di Alice, la più piccola.
E ora, a meno di un mese dall'inizio delle sparizioni, anche la diciottenne Isabella Swan, scompare nel nulla.
La polizia continua le indagini, in cerca di indizi, non ancora trovati.
L'identità del rapitore è ancora un mistero, come lo è il motivo di queste sparizioni.
E' tutto per oggi... >>
Spensi la TV, scioccata.
Come avevo fatto a scordarmene?
Oggi sarei dovuta andare a Seattle con Angela, per comprare una macchina.
Avrei dovuto avvertirla, annullare l'appuntamento...
Così, magari, la notizia del mio rapimento si sarebbe sparsa più tardi.
Se la polizia si avvicinava a Seattle, sarebbe stata la fine.
Di sicuro, Edward - per non correre il rischio di essere trovato - mi avrebbe portata in qualche città lontana e , a quel punto, avrei potuto dire addio all'idea di poter rivedere, un giorno, le mie sorelle.
E questo non doveva assolutamente accadere.
Sdraiata a pancia in giù sul letto, tamburellavo distrattamente le dita sul display del telefonino, cercando di ignorare i morsi della fame.
I miei dubbi erano stati confermati. Edward aveva tolto la SIM dal cellulare, in modo tale che non potessi chiamare o mandare messaggi a nessuno.
Non che avessi intenzione di farlo: dopotutto, se ci trovavano, quella che ci rimetteva ero io.
Sussultai quando la porta della camera si aprì, ed Edward apparve al mio fianco, seduto sul bordo del letto.
<< Non sei scappata. >>
Lo disse sorridendo, come se ne fosse sorpreso.
Falso.
E stronzo.
E fottutamente bello.
<< No. Sai com'è, mi dispiaceva lasciarti solo. >>
Ridacchiò. Io, invece, mi feci seria.
<< Si sono accorti della mia sparizione. L'ho sentito al telegiornale. Li ha avvertiti Angela, una mia amica. Aveva un appuntamento con me, oggi pomeriggio. >> Invece di arrabbiarsi, come mi aspettavo, si limitò a fare spallucce.
<< Non ti troveranno mai. >>
Dal modo in cui lo disse, spensierato, come se fosse una constatazione del tutto ovvia, capii che era vero: non mi avrebbero trovata. Non sarei mai tornata a Forks.
Ma se questo era l'unico modo per rivedere Rosalie e Alice, non m'importava nulla.
<< Ho lasciato le buste della spesa in cucina. Mettile a posto tu. >>
Un'attimo dopo, non c'era più.
Stronzo.
Sbuffai, e scesi al piano di sotto, dirigendomi in cucina.
Sul tavolo erano posate tre buste.
Ne aprii una, e presi la prima cosa che mi capitò sottomano: una confezione di prosciutto crudo. L'aprii, e ne mangiai una fettina.
Avevo una fame da lupi.
Frugai nelle buste, alla ricerca del pane. Lo trovai, e ne presi un pezzo, che mangiai con dell'altro prosciutto.
Finii metà del pane e tutta la confezione di prosciutto.
Finalmente sazia, cominciai a svuotare le buste, mettendo il loro contenuto nel frigo o sulle mensole della cucina.
Quando ebbi finito, salii in camera.
Persi un battito quando vidi Edward seduto sul mio letto, con le cuffiette del mio I-Pod alle orecchie.
Seduto, però, non era il termine corretto.
No.
Edward era sdraiato sul letto, le mani intrecciate dietro la testa e una gamba piegata, con il piede all'altezza del ginocchio dell'altra.
L'immagine del puro relax.
... o del puro erotismo.
Gli strappai le cuffiette dalle orecchie, spegnendo l'I-Pod e posandolo sul comodino.
<< Cosa cazzo ci fai qui? >>
Non ero stato lui a dirmi di non volermi tra i piedi?
Mi fulminò con lo sguardo.
<< E' casa mia. Sto dove mi pare. >>
Soffocai l'ondata di parolacce che avrei voluto dirgli, e mi zitii.
Se volevo rivedere le mie sorelle, dovevo imparare a controllarmi.
Non potevo prenderlo a parolacce, come normalmente avrei fatto con chiunque avesse osato rispondermi in quel modo, e poi sperare che mi portasse da loro.
Così, strinsi i denti, ingoiando il vaffanculo che avevo sulla punta della lingua.
Autocontrollo.
<< D'accordo. >>
Si mise a sedere con un movimento agile e veloce, tanto da sembrare sfocato.
Incatenò gli occhi ai miei.
<< Sai perchè ti ho rapita? >>
Non mi aspettavo che mi chiedesse questo.
Sinceramente, non avevo mai pensato al motivo dei rapimenti, ossessionata com'ero dal pensiero delle mie sorelle.
<< No. >>
<< Ti sei fatta un idea, almeno? >>
Ci pensai. Sicuramente non per i soldi.
Quelli avrebbero potuto rubarli senza prendere anche noi.
E allora perchè?
<< No. >>
Sospirò, frustrato.
<< Perchè mi hai rapita? >>
Volevo saperlo.
Volevo sapere il motivo per cui io e le mie sorelle ora non ci trovavamo a Forks, a ballare con Mike, Jessica e Angela in qualche discoteca.
Volevo sapere perchè non potevamo vivere come tutti gli altri adolescenti.
Ma lui si limitò a scrollare le spalle.
<< Cazzi miei. >>
Basta.
Fanculo all'autocontrollo.
<< Cazzi tuoi? Rosalie e Alice sono le uniche persone che ho al mondo, e voi me le avete portate via. Sai una cosa? Mi fate schifo. >>
E gli sputai in faccia.
Non so dove trovai il coraggio di farlo, ma non me ne pentii affatto.
Neanche quando lui, dopo essersi pulito il viso con una manica, si alzò in piedi e mi afferrò un polso, stringendolo in una morsa d'acciaio.
Era furioso.
<< Non vedrai mai più le tue sorelle. Passerai qui dentro tutto il resto della tua misera vita, minuto dopo minuto. Hai finito di vivere. Da ora. >>
Aumentò la presa sul polso, strattonandolo, come per enfatizzare ciò che aveva appena detto.
Poi mi lasciò andare, dirigendosi verso la porta.
Solo che, un attimo prima di uscire, si voltò verso di me.
<< Ricordalo. >>
sabato 26 marzo 2011
venerdì 11 marzo 2011
FEAR OF YOU
- CAPITOLO 2: ABDUCTION -
Avrei voluto urlare, urlare più forte che potevo... ma non aprii bocca.
Non era forse questo quel che volevo?
Sapevo che prima o poi avrebbero preso anche me e, malgrado la paura, bramavo quel momento.
Non avevo motivo di urlare.
Ero stata accontentata: ora, finalmente, avrei potuto rivedere la mie sorelle.
<< Alzati >>, ordinò. Obbedii, scalciando via le coperte e alzandomi in piedi.
Nell'oscurità, avvertii un leggero click, e una luce fioca illuminò la stanza.
Ora potevo vederlo.
Aveva all'incirca la mia età, ed era bello. Molto, molto bello.
Folti capelli rossicci, scompigliati, naso dritto, fronte ampia, labbra piene.
Per un attimo, però, ignorai tutto, studiando attentamente le sue iridi rosse.
Non ne avevo mai viste di simili.
Mi passò uno zaino.
<< Tieni. Mettici dentro più vestiti possibile. >>
Obbedii nuovamente, dirigendomi verso l'armadio e cominciando a riempire velocemente lo zaino, senza neanche badare a ciò che ci mettevo dentro.
Prima finivamo, prima avrei rivisto Rosalie ed Alice.
Infilai a forza una camicetta bianca. Era pieno.
Tentai di chiudere la cerniera, ma niente: era incastrata. Imprecai, provandoci un'altra volta. Niente.
Due mani fredde scansarono bruscamente le mie, chiudendo agili lo zaino, e issandoselo in spalla.
<< Prendi questi. >> Mi porse il cellulare e il portafoglio. Afferrai la tracolla che il giorno prima avevo lasciato sulla scrivania e la indossai, infilandoceli dentro.
Spalancai gli occhi, trattenendo a stento un urletto sorpreso, quando non sentii più il pavimento sotto i piedi. Mi aveva presa in braccio, e si dirigeva senza il minimo sforzo verso la finestra aperta.
Evidentemente, era entrato da lì. Solo che non c'erano né funi né altro.
E allora come dia-.
Mi aggrappai istintivamente a lui quando si lanciò fuori dalla finestra, con me in braccio. Chiusi gli occhi, aspettando il momento in cui ci saremo sfracellati al suolo.
Solo che non arrivò.
Quando riaprii gli occhi, lo vidi dirigersi verso una Volvo grigia, senza neanche un graffio.
Aprì lo sportello del passeggero, e mi depositò sul sedile, posando lo zaino ai miei piedi. Un istante dopo si trovava accanto a me, al posto di guida.
Come cavolo ha fatto?
Mise in moto e partì.
Non mi aveva bendata, né mi aveva ordinato di chiudere gli occhi.
E questo voleva dire solo una cosa.
Mi voltai verso il finestrino, mentre una lacrima solitaria mi scendeva sulla guancia.
Forse l'ultima.
Eravamo a Seattle.
Conoscevo Seattle quasi quanto Forks: io, Rosalie ed Alice ballavamo in un night club lì vicino. Non lo facevamo per i soldi, visto che quelli non erano mai mancati, ma solo per divertimento. Amavamo muoverci al ritmo della musica, con gli sguardi affamati degli uomini puntati su di noi. Ma quando Rosalie scomparve, io ed Alice ci licenziammo. Senza di lei, niente era più come prima.
Le strade erano deserte. Mi resi conto di non sapere che ore fossero.
Ma, dopotutto, cosa importava?
Presto sarei morta.
Come erano morte le mie sorelle.
Svoltò in una stradina che non avevo mai notato prima, e percorse qualche kilometro, prima di fermarsi.
Issai lo zaino in spalla e scesi, guardandomi intorno. Davanti a me c'era una schiera di case, tutte costose, a giudicare dall'aspetto.
Il ragazzo mi affiancò in un attimo, afferrandomi malamente per un braccio e conducendomi verso una delle case più belle.
Si frugò in tasca e ne estrasse un mazzo di chiavi, aprendo la porta con il braccio libero, mentre con l'altro continuava a tenere il mio.
Mi spinse dentro casa, mollando la presa sul mio braccio, e si chiuse la porta alle spalle, per poi accendere la luce.
Arretrai, barcollando.
<< Dove sono loro? >>
Alzò lo sguardo su di me, capendo subito a chi mi riferissi, e fece spallucce.
<< Non ho rapito io le tue sorelle. >>
Un tuffo al cuore. Sentii il sangue ghiacciarsi nelle vene, mentre le sue parole si facevano strada dentro me, fino a colpire il cuore.
<< E chi è stato, allora? >> Mormorai, con un filo di voce.
<< I miei fratelli. >>
Dio, no, no, no...
<< Voglio vederle >>, esordii, determinata.
Fu questione di un attimo. I suoi contorni si fecero opachi, e sparì dalla mia visuale, per apparire un secondo dopo davanti a me. Le sue iridi, di quel colore così singolare, ardevano di rabbia.
<< Sono io che decido. E tu resterai qui. Prova a scappare e ti ammazzo >>, scandì, lentamente. Mi zittii, terrorizzata.
<< E ora, Isabella, fa come ti dico >>, sibilò.
Non mi chiesi perchè conosceva il mio nome. Era la cosa che meno importava, ora.
<< Sali al piano superiore; la tua stanza è la seconda a destra. Sistema lì le tue cose e restaci il più possibile. Non ti voglio tra i piedi. >>
Bè, allora potevi non rapirmi.
Salii le scale, ritrovandomi al primo piano. C'erano quattro porte: mi diressi verso la seconda a destra, indicatami da lui, ed entrai.
La stanza era enorme, perfino più grande della mia, a Forks. I colori prevalenti erano il bianco e il nero.
Mi avvicinai al letto a due piazze, posandovi sopra lo zaino e la tracolla, e svuotandoli.
I vestiti che avevo portato erano pochi e sgualciti. E in più, nella fretta, avevo dimenticato le scarpe.
Sbuffai, prendendo dal mucchio di vestiti un paio di jeans neri, e provando senza risultato a eliminare le pieghe con le mani.
Rinunciai a stirarli e li piegai, dirigendomi verso l'enorme armadio accanto al letto. Lo aprii, presi una stampella e ci appesi i jeans.
Quando ebbi finito con i vestiti, mi sedetti sul letto, appoggiando sul comodino lo zaino e la tracolla. In quest'ultima, c'era l'I-Pod touch che il giorno prima avevo portato a scuola, il portafoglio, il beauty-case e il cellulare.
Controllai l'ora sul display dell'I-Phone: le 4:47.
Poggiai la testa sulla testiera del letto, e chiusi gli occhi, ripensando alle parole del ragazzo con gli occhi rossi.
Aveva detto che erano stati i suoi fratelli a rapire Rosalie e Alice.
Quindi loro, se erano ancora vive, dovevano trovarsi nella mia stessa situazione.
Rapite da un ragazzo bellissimo, che si buttava da una finestra atterrando agile come un gatto, e che dopo averle rapite gli diceva di non volerle tra i piedi.
In poche parole, erano nella merda.
Non potevo fuggire e rischiare di essere uccisa, ora che ero quasi certa che Rosalie e Alice
fossero vive.
L'unica soluzione era aspettare. Magari, un giorno, il ragazzo con gli occhi rossi mi avrebbe permesso di rivederle. Anche se ne dubitavo fortemente, mi aggrappavo a quella speranza.
Avrei pazientemente aspettato. E sarei tornata da loro.
- CAPITOLO 2: ABDUCTION -
Avrei voluto urlare, urlare più forte che potevo... ma non aprii bocca.
Non era forse questo quel che volevo?
Sapevo che prima o poi avrebbero preso anche me e, malgrado la paura, bramavo quel momento.
Non avevo motivo di urlare.
Ero stata accontentata: ora, finalmente, avrei potuto rivedere la mie sorelle.
<< Alzati >>, ordinò. Obbedii, scalciando via le coperte e alzandomi in piedi.
Nell'oscurità, avvertii un leggero click, e una luce fioca illuminò la stanza.
Ora potevo vederlo.
Aveva all'incirca la mia età, ed era bello. Molto, molto bello.
Folti capelli rossicci, scompigliati, naso dritto, fronte ampia, labbra piene.
Per un attimo, però, ignorai tutto, studiando attentamente le sue iridi rosse.
Non ne avevo mai viste di simili.
Mi passò uno zaino.
<< Tieni. Mettici dentro più vestiti possibile. >>
Obbedii nuovamente, dirigendomi verso l'armadio e cominciando a riempire velocemente lo zaino, senza neanche badare a ciò che ci mettevo dentro.
Prima finivamo, prima avrei rivisto Rosalie ed Alice.
Infilai a forza una camicetta bianca. Era pieno.
Tentai di chiudere la cerniera, ma niente: era incastrata. Imprecai, provandoci un'altra volta. Niente.
Due mani fredde scansarono bruscamente le mie, chiudendo agili lo zaino, e issandoselo in spalla.
<< Prendi questi. >> Mi porse il cellulare e il portafoglio. Afferrai la tracolla che il giorno prima avevo lasciato sulla scrivania e la indossai, infilandoceli dentro.
Spalancai gli occhi, trattenendo a stento un urletto sorpreso, quando non sentii più il pavimento sotto i piedi. Mi aveva presa in braccio, e si dirigeva senza il minimo sforzo verso la finestra aperta.
Evidentemente, era entrato da lì. Solo che non c'erano né funi né altro.
E allora come dia-.
Mi aggrappai istintivamente a lui quando si lanciò fuori dalla finestra, con me in braccio. Chiusi gli occhi, aspettando il momento in cui ci saremo sfracellati al suolo.
Solo che non arrivò.
Quando riaprii gli occhi, lo vidi dirigersi verso una Volvo grigia, senza neanche un graffio.
Aprì lo sportello del passeggero, e mi depositò sul sedile, posando lo zaino ai miei piedi. Un istante dopo si trovava accanto a me, al posto di guida.
Come cavolo ha fatto?
Mise in moto e partì.
Non mi aveva bendata, né mi aveva ordinato di chiudere gli occhi.
E questo voleva dire solo una cosa.
Mi voltai verso il finestrino, mentre una lacrima solitaria mi scendeva sulla guancia.
Forse l'ultima.
Eravamo a Seattle.
Conoscevo Seattle quasi quanto Forks: io, Rosalie ed Alice ballavamo in un night club lì vicino. Non lo facevamo per i soldi, visto che quelli non erano mai mancati, ma solo per divertimento. Amavamo muoverci al ritmo della musica, con gli sguardi affamati degli uomini puntati su di noi. Ma quando Rosalie scomparve, io ed Alice ci licenziammo. Senza di lei, niente era più come prima.
Le strade erano deserte. Mi resi conto di non sapere che ore fossero.
Ma, dopotutto, cosa importava?
Presto sarei morta.
Come erano morte le mie sorelle.
Svoltò in una stradina che non avevo mai notato prima, e percorse qualche kilometro, prima di fermarsi.
Issai lo zaino in spalla e scesi, guardandomi intorno. Davanti a me c'era una schiera di case, tutte costose, a giudicare dall'aspetto.
Il ragazzo mi affiancò in un attimo, afferrandomi malamente per un braccio e conducendomi verso una delle case più belle.
Si frugò in tasca e ne estrasse un mazzo di chiavi, aprendo la porta con il braccio libero, mentre con l'altro continuava a tenere il mio.
Mi spinse dentro casa, mollando la presa sul mio braccio, e si chiuse la porta alle spalle, per poi accendere la luce.
Arretrai, barcollando.
<< Dove sono loro? >>
Alzò lo sguardo su di me, capendo subito a chi mi riferissi, e fece spallucce.
<< Non ho rapito io le tue sorelle. >>
Un tuffo al cuore. Sentii il sangue ghiacciarsi nelle vene, mentre le sue parole si facevano strada dentro me, fino a colpire il cuore.
<< E chi è stato, allora? >> Mormorai, con un filo di voce.
<< I miei fratelli. >>
Dio, no, no, no...
<< Voglio vederle >>, esordii, determinata.
Fu questione di un attimo. I suoi contorni si fecero opachi, e sparì dalla mia visuale, per apparire un secondo dopo davanti a me. Le sue iridi, di quel colore così singolare, ardevano di rabbia.
<< Sono io che decido. E tu resterai qui. Prova a scappare e ti ammazzo >>, scandì, lentamente. Mi zittii, terrorizzata.
<< E ora, Isabella, fa come ti dico >>, sibilò.
Non mi chiesi perchè conosceva il mio nome. Era la cosa che meno importava, ora.
<< Sali al piano superiore; la tua stanza è la seconda a destra. Sistema lì le tue cose e restaci il più possibile. Non ti voglio tra i piedi. >>
Bè, allora potevi non rapirmi.
Salii le scale, ritrovandomi al primo piano. C'erano quattro porte: mi diressi verso la seconda a destra, indicatami da lui, ed entrai.
La stanza era enorme, perfino più grande della mia, a Forks. I colori prevalenti erano il bianco e il nero.
Mi avvicinai al letto a due piazze, posandovi sopra lo zaino e la tracolla, e svuotandoli.
I vestiti che avevo portato erano pochi e sgualciti. E in più, nella fretta, avevo dimenticato le scarpe.
Sbuffai, prendendo dal mucchio di vestiti un paio di jeans neri, e provando senza risultato a eliminare le pieghe con le mani.
Rinunciai a stirarli e li piegai, dirigendomi verso l'enorme armadio accanto al letto. Lo aprii, presi una stampella e ci appesi i jeans.
Quando ebbi finito con i vestiti, mi sedetti sul letto, appoggiando sul comodino lo zaino e la tracolla. In quest'ultima, c'era l'I-Pod touch che il giorno prima avevo portato a scuola, il portafoglio, il beauty-case e il cellulare.
Controllai l'ora sul display dell'I-Phone: le 4:47.
Poggiai la testa sulla testiera del letto, e chiusi gli occhi, ripensando alle parole del ragazzo con gli occhi rossi.
Aveva detto che erano stati i suoi fratelli a rapire Rosalie e Alice.
Quindi loro, se erano ancora vive, dovevano trovarsi nella mia stessa situazione.
Rapite da un ragazzo bellissimo, che si buttava da una finestra atterrando agile come un gatto, e che dopo averle rapite gli diceva di non volerle tra i piedi.
In poche parole, erano nella merda.
Non potevo fuggire e rischiare di essere uccisa, ora che ero quasi certa che Rosalie e Alice
fossero vive.
L'unica soluzione era aspettare. Magari, un giorno, il ragazzo con gli occhi rossi mi avrebbe permesso di rivederle. Anche se ne dubitavo fortemente, mi aggrappavo a quella speranza.
Avrei pazientemente aspettato. E sarei tornata da loro.
domenica 27 febbraio 2011
FEAR OF YOU
- CAPITOLO 1: RAZOR -
Respirando profondamente, fissavo l'edificio che avevo davanti.
Mi sentivo terribilmente sola dentro quell'auto.
Senza di loro sembrava così... vuota.
Ormai avevo deciso: ne avrei comprata un'altra.
Quella portava alla mente troppi ricordi dolorosi.
Chiusi gli occhi gli occhi per qualche istante, cercando inutilmente di liberare la mente da tutti quei pensieri. Poi afferrai la borsa a tracolla dal sedile del passeggero e scesi.
L'aria fredda mi colpì in viso, rinfrescandomi le idee.
Mi avviai a grandi passi verso l'entrata: come al solito, ero in ritardo.
E di molto.
Arrivata a letteratura entrai senza neanche bussare, e mi sedetti rumorosamente a uno degli ultimi posti, buttando malamente la tracolla per terra.
Il professore mi lanciò un occhiataccia, per poi riprendere a spiegare.
Lo ignorai, e mi voltai verso Angela, la mia compagna di banco.
<< Sei libera oggi? >>
Avevo intenzione di comprare al più presto un'auto nuova... e non per capriccio.
<< No, mi dispiace. Ho un appuntamento con Ben. >>
Abbassò lo sguardo, arrossendo.
Da quando si era messa con Ben, le nostre uscite erano diminuite parecchio. Mi mancava, un pò, ma non l'avrei mai ammesso.
<< Però domani sono libera. Cosa vuoi fare? >>
<< Devo andare a Seattle. Voglio comprare una macchina. >>
Angela strabuzzò gli occhi.
<< Un'altra? Ma hai comprato la Mercedes meno di un mese fa! >>
Perfetto. E ora come glielo spiegavo?
Mi limitai a fare spallucce.
<< Allora, vieni o no? >>
Perchè glielo avevo chiesto? Non potevo andarci da sola?
Ah, giusto. Avevo paura.
Sospirò. << Certo. Ti passo a prendere alle 17. >>
Stremata, buttai lo zaino per terra, e sprofondai sul divano.
Non avevo nulla da fare.
Jessica non era venuta a scuola, e Mike - il suo ragazzo - mi aveva detto che era a letto con la febbre, e che dopo scuola le avrebbe tenuto compagnia.
Avertii una fitta allo stomaco, e uno strano borbottio levarsi da esso.
Sbuffai, e raggiunsi il frigo.
A scuola era da poco morta una cuoca, e il cibo era poco e neanche lontanamente commestibile.
Tirai fuori dal frigo una scatola di mozzarelle e l'aprii, mangiandone qualcuna direttamente con le mani.
Quando ebbi finito rimisi le poche mozzarelle avanzate in frigo e afferrai il telefonino, componendo velocemente il numero di Mike. Rispose al quarto squillo.
<< Pronto? >>
<< Hey, Mike. Come sta Jess? >>
<< Il dottore se n'è andato via due minuti fa. Ha detto che si è beccata l'influenza, e che deve rimanere a letto ancora per un pò. Ah, Isa. Quasi dimenticavo. Mi copri domani a scuola? Rimango con Jess. >>
<< Non ti preoccupare, ci penso io. Salutami Jess. >>
Riagganciai, e tornai a sdraiarmi sul divano. Avevo una ricerca di biologia da fare per il giorno dopo e, anche se non ne avevo voglia, dovevo farla per recuperare il quattro del primo quadrimestre.
Sbuffai, e afferrai lo zaino, salendo al piano di sopra.
Mi sedetti davanti alla scrivania e accesi il computer portatile.
Sfilai le scarpe alte e scomode, muovendo le dita dei piedi che non sentivo più.
Mi collegai a Internet e digitai l'argomento della ricerca, afferrando una penna e trascrivendo tutto sul quaderno.
Un'ora e mezza dopo mi infilavo pesantemente nella vasca.
Osservai il tatuaggio che avevo sulla spalla. Una tigre. Non mi ero mai fatta un tatuaggio, eppure era lì.
Anche Rosalie e Alice ne avevano uno: Alice due serpenti attorcigliati sul braccio, e Rosalie un drago vicino all'ombelico.
Non se li erano fatti loro. Erano lì da più di un mese.
Apparsi.
Chiusi gli occhi, poggiando la testa sulle piastrelle dure e fredde.
Allunagai una mano, tastando il bordo della vasca alla ricerca dello shampoo, ed imprecai quando qualcosa di affilato mi tagliò il dito.
Aprii gli occhi, immergendo il dito ferito nell'acqua, quando lo sguardo si posò sull'oggetto che mi aveva tagliata.
Un rasoio.Scrutai attentamente lo scaffale, cercando il mio shampoo preferito.
Lo trovai, e mi allunagai per prenderlo, ma feci cadere a terra qualcos'altro.
Posai lo shampooo nel carrello, e mi chinai per raccogliere ciò che mi era caduto.
Sbiancai quando vidi di cosa si trattava.
Era una confezione di rasoi.
Il mio sguardo corse involontariamente al polso.
Sarebbe bastato così poco...e tutto sarebbe finito.
Il dolore...
... la paura...
... la vita.
Deglutii, e posai la confezione di rasoi nel carrello.
Non sapevo se sarei stata così coraggiosa ma , nel dubbio, li avrei presi.
Continuai a fissare il rasoio.
Avevo l'opportunità di far finire tutto... ma non ne avevo il coraggio.
Presi il rasoio e lo rigirai fra le dita. Un'oggetto così piccolo, insignificante.
Ma che era capace di fare ciò che a me risultava impossibile.
Mettere fine alle mie sofferenze.
Avvicinai il rasoio al braccio sinistro e poggia la lama fredda sul polso.
Chiusi gli occhi, strizzandoli forte. Ma non mi mossi.
Codarda.
Spalancai gli occhi, e scagliai il rasoio dall'altra parte della stanza, con il cuore a mille.
Poi uscii velocemente dalla vasca, senza neanche finire di lavarmi, e afferrai un asciugamano, legandolo all'altezza del seno, mentre con il phon asciugavo i pochi capelli rimasti bagnati.
Mi infilai il pigiama e corsi a letto, lasciando tutto in disordine.
Non m'importava che fosse presto o che non avessi cenato: volevo solo dormire e scappare da tutto, anche solo per un istante.
Ma, mentre prendevo sonno, un pensiero si fece strada fra gli altri.
Codarda.
Mi sedetti di scatto, i singhiozzi che mi scuotevano il petto.
Non c'è nessun modo per scappare.
Ero sola.
Sola in una strada che non avevo mai visto. Era notte, e c'era la luna piena.
Avevo paura. Tanta paura.
Sentii dei passi leggeri alle mie spalle, e mi voltai, terrorizzata.
Il terrore, però, venne subito rimpiazzato dalla gioia.
Loro erano lì.
Rosalie e Alice.
Con il cuore in gola, feci per raggiungerle, correndo il più veloce possibile, ma andai a sbattere contro qualcosa.
Eppure, davanti a me non c'era nulla.
Azzardai un passo, ma di nuovo venni bloccata. Era come se ci fosse un muro invisibile, posto fra me e loro. Poi mi accorsi di un rigonfiamento all'altezza della tasca, come se essa contenesse qualcosa.
Vi affondai la mano, e ne estrassi un rasoio.
La speranza tornò a divampare, non appena mi accorsi di avere un'opportunità.
Se solo mi fossi tagliata, avrei potuto raggiungerle.
<< No, Isa! >>
La voce tormentata di Alice mi giunse alle orecchie, costringendomi ad alzare il volto.
Era arrabbiata, furente. E triste. La stessa espressione era dipinta sul volto di Rosalie.
Ma non l' ascoltai.
Questa volta le avrei raggiunte.
Poggiai la lama fredda sul polso, e mi feci coraggio.
Uno...
... due...
... tr-.
Mi svegliai di soprassalto, con il cuore in gola.
Qualcuno, nel sogno, mi aveva toccato una spalla, scuotendomi piano.
Avvertivo ancora il freddo della sua mano sulla spalla.
Calmati, mi dissi. Era solo un sogno.
Un tocco.
Freddo.
Deciso.
Sulla spalla.
Mi girai di scatto.
Due occhi rossi.
- CAPITOLO 1: RAZOR -
Respirando profondamente, fissavo l'edificio che avevo davanti.
Mi sentivo terribilmente sola dentro quell'auto.
Senza di loro sembrava così... vuota.
Ormai avevo deciso: ne avrei comprata un'altra.
Quella portava alla mente troppi ricordi dolorosi.
Chiusi gli occhi gli occhi per qualche istante, cercando inutilmente di liberare la mente da tutti quei pensieri. Poi afferrai la borsa a tracolla dal sedile del passeggero e scesi.
L'aria fredda mi colpì in viso, rinfrescandomi le idee.
Mi avviai a grandi passi verso l'entrata: come al solito, ero in ritardo.
E di molto.
Arrivata a letteratura entrai senza neanche bussare, e mi sedetti rumorosamente a uno degli ultimi posti, buttando malamente la tracolla per terra.
Il professore mi lanciò un occhiataccia, per poi riprendere a spiegare.
Lo ignorai, e mi voltai verso Angela, la mia compagna di banco.
<< Sei libera oggi? >>
Avevo intenzione di comprare al più presto un'auto nuova... e non per capriccio.
<< No, mi dispiace. Ho un appuntamento con Ben. >>
Abbassò lo sguardo, arrossendo.
Da quando si era messa con Ben, le nostre uscite erano diminuite parecchio. Mi mancava, un pò, ma non l'avrei mai ammesso.
<< Però domani sono libera. Cosa vuoi fare? >>
<< Devo andare a Seattle. Voglio comprare una macchina. >>
Angela strabuzzò gli occhi.
<< Un'altra? Ma hai comprato la Mercedes meno di un mese fa! >>
Perfetto. E ora come glielo spiegavo?
Mi limitai a fare spallucce.
<< Allora, vieni o no? >>
Perchè glielo avevo chiesto? Non potevo andarci da sola?
Ah, giusto. Avevo paura.
Sospirò. << Certo. Ti passo a prendere alle 17. >>
Stremata, buttai lo zaino per terra, e sprofondai sul divano.
Non avevo nulla da fare.
Jessica non era venuta a scuola, e Mike - il suo ragazzo - mi aveva detto che era a letto con la febbre, e che dopo scuola le avrebbe tenuto compagnia.
Avertii una fitta allo stomaco, e uno strano borbottio levarsi da esso.
Sbuffai, e raggiunsi il frigo.
A scuola era da poco morta una cuoca, e il cibo era poco e neanche lontanamente commestibile.
Tirai fuori dal frigo una scatola di mozzarelle e l'aprii, mangiandone qualcuna direttamente con le mani.
Quando ebbi finito rimisi le poche mozzarelle avanzate in frigo e afferrai il telefonino, componendo velocemente il numero di Mike. Rispose al quarto squillo.
<< Pronto? >>
<< Hey, Mike. Come sta Jess? >>
<< Il dottore se n'è andato via due minuti fa. Ha detto che si è beccata l'influenza, e che deve rimanere a letto ancora per un pò. Ah, Isa. Quasi dimenticavo. Mi copri domani a scuola? Rimango con Jess. >>
<< Non ti preoccupare, ci penso io. Salutami Jess. >>
Riagganciai, e tornai a sdraiarmi sul divano. Avevo una ricerca di biologia da fare per il giorno dopo e, anche se non ne avevo voglia, dovevo farla per recuperare il quattro del primo quadrimestre.
Sbuffai, e afferrai lo zaino, salendo al piano di sopra.
Mi sedetti davanti alla scrivania e accesi il computer portatile.
Sfilai le scarpe alte e scomode, muovendo le dita dei piedi che non sentivo più.
Mi collegai a Internet e digitai l'argomento della ricerca, afferrando una penna e trascrivendo tutto sul quaderno.
Un'ora e mezza dopo mi infilavo pesantemente nella vasca.
Osservai il tatuaggio che avevo sulla spalla. Una tigre. Non mi ero mai fatta un tatuaggio, eppure era lì.
Anche Rosalie e Alice ne avevano uno: Alice due serpenti attorcigliati sul braccio, e Rosalie un drago vicino all'ombelico.
Non se li erano fatti loro. Erano lì da più di un mese.
Apparsi.
Chiusi gli occhi, poggiando la testa sulle piastrelle dure e fredde.
Allunagai una mano, tastando il bordo della vasca alla ricerca dello shampoo, ed imprecai quando qualcosa di affilato mi tagliò il dito.
Aprii gli occhi, immergendo il dito ferito nell'acqua, quando lo sguardo si posò sull'oggetto che mi aveva tagliata.
Un rasoio.Scrutai attentamente lo scaffale, cercando il mio shampoo preferito.
Lo trovai, e mi allunagai per prenderlo, ma feci cadere a terra qualcos'altro.
Posai lo shampooo nel carrello, e mi chinai per raccogliere ciò che mi era caduto.
Sbiancai quando vidi di cosa si trattava.
Era una confezione di rasoi.
Il mio sguardo corse involontariamente al polso.
Sarebbe bastato così poco...e tutto sarebbe finito.
Il dolore...
... la paura...
... la vita.
Deglutii, e posai la confezione di rasoi nel carrello.
Non sapevo se sarei stata così coraggiosa ma , nel dubbio, li avrei presi.
Continuai a fissare il rasoio.
Avevo l'opportunità di far finire tutto... ma non ne avevo il coraggio.
Presi il rasoio e lo rigirai fra le dita. Un'oggetto così piccolo, insignificante.
Ma che era capace di fare ciò che a me risultava impossibile.
Mettere fine alle mie sofferenze.
Avvicinai il rasoio al braccio sinistro e poggia la lama fredda sul polso.
Chiusi gli occhi, strizzandoli forte. Ma non mi mossi.
Codarda.
Spalancai gli occhi, e scagliai il rasoio dall'altra parte della stanza, con il cuore a mille.
Poi uscii velocemente dalla vasca, senza neanche finire di lavarmi, e afferrai un asciugamano, legandolo all'altezza del seno, mentre con il phon asciugavo i pochi capelli rimasti bagnati.
Mi infilai il pigiama e corsi a letto, lasciando tutto in disordine.
Non m'importava che fosse presto o che non avessi cenato: volevo solo dormire e scappare da tutto, anche solo per un istante.
Ma, mentre prendevo sonno, un pensiero si fece strada fra gli altri.
Codarda.
Mi sedetti di scatto, i singhiozzi che mi scuotevano il petto.
Non c'è nessun modo per scappare.
Ero sola.
Sola in una strada che non avevo mai visto. Era notte, e c'era la luna piena.
Avevo paura. Tanta paura.
Sentii dei passi leggeri alle mie spalle, e mi voltai, terrorizzata.
Il terrore, però, venne subito rimpiazzato dalla gioia.
Loro erano lì.
Rosalie e Alice.
Con il cuore in gola, feci per raggiungerle, correndo il più veloce possibile, ma andai a sbattere contro qualcosa.
Eppure, davanti a me non c'era nulla.
Azzardai un passo, ma di nuovo venni bloccata. Era come se ci fosse un muro invisibile, posto fra me e loro. Poi mi accorsi di un rigonfiamento all'altezza della tasca, come se essa contenesse qualcosa.
Vi affondai la mano, e ne estrassi un rasoio.
La speranza tornò a divampare, non appena mi accorsi di avere un'opportunità.
Se solo mi fossi tagliata, avrei potuto raggiungerle.
<< No, Isa! >>
La voce tormentata di Alice mi giunse alle orecchie, costringendomi ad alzare il volto.
Era arrabbiata, furente. E triste. La stessa espressione era dipinta sul volto di Rosalie.
Ma non l' ascoltai.
Questa volta le avrei raggiunte.
Poggiai la lama fredda sul polso, e mi feci coraggio.
Uno...
... due...
... tr-.
Mi svegliai di soprassalto, con il cuore in gola.
Qualcuno, nel sogno, mi aveva toccato una spalla, scuotendomi piano.
Avvertivo ancora il freddo della sua mano sulla spalla.
Calmati, mi dissi. Era solo un sogno.
Un tocco.
Freddo.
Deciso.
Sulla spalla.
Mi girai di scatto.
Due occhi rossi.
venerdì 11 febbraio 2011
FEAR OF YOU
- PROLOGO -
Paura.
Era quella la sensazione che mi attanagliava la bocca dello stomaco, mozzandomi il respiro.
La paura che m'impediva di dormire la notte, che mi perseguitava quando ero sola, e che aveva reso il mio carattere, già da prima scontroso, intollerabile.
Non ero abituata a questo tipo di emozione: io, Isabella Marie Swan, non avevo mai temuto nulla.
Non conoscevo la paura, e ora che la provavo, non sapevo come fronteggiarla.
E per questo mi detestavo.
Prima che tutto questo accadesse, niente e nessuno sarebbe mai riuscito a sottomettermi; ora, invece, avevo trovato qualcosa più forte di me.
Ero totalmente in balia al terrore.
E come potevo non esserlo dopo che entrambe le mie sorelle erano scomparse a distanza di qualche giorno?
La prima era stata Rosalie: alta, bionda, occhi azzurri, 19 anni, la maggiore delle tre.
Una mattina non la trovammo nel letto. Da lì la polizia cominciò a indagare e, in mancanza di prove, azzardò azzardato l'ipotesi che fosse scappata di casa.
Impossibile.
Rosalie era egoista, il tipo di persona a cui non importa niente di nessuno, ma con noi era completamente diversa: io ed Alice eravamo le uniche persone al mondo per cui Rosalie avrebbe fatto qualsiasi cosa.
Da quando, un anno prima, Charlie e Renée avevano perso la vita in un incidente stradale, Rosalie aveva assunto il ruolo di tutrice, risparmiando a me e Alice - entrambe ancora minorenni - l'orfanotrofio, e mettendo così in bella mostra l'affetto che provava per noi.
La polizia proseguì le indagini, poco convinta dall'idea di un rapimento.
Ma si dovette ricredere quando anche Alice sparì nello stesso modo: letto vuoto, vestiti, cellulare e portafoglio spariti.
Nessuna traccia da cui ricavare informazioni sul rapitore.
Qualche giorno dopo la scomparsa di Alice, il signor Parker - che alla morte di Charlie aveva preso il suo posto come capo della polizia di Forks - mi offrì tre dei suoi uomini, che avrebbero potuto frami da guardia del corpo per un periodo di tempo non prestabilito.
Anche lui, come tutti, pensava che prima o poi avrebbero rapito anche me, e che per questo avessi bisogno di protezione.
Rifiutai l'offerta.
Non sarei mai andata in giro con tre uomini armati alle calcagna, mostrando a tutti la mia vulnerabilità; non avevo mai chiesto aiuto a nessuno, e di certo non avrei cominciato a farlo ora.
Ma ero viziata, e avevo voluto molte cose, che mi erano sempre state date.
E ora volevo riavere indietro Rosalie e Alice.
- PROLOGO -
Paura.
Era quella la sensazione che mi attanagliava la bocca dello stomaco, mozzandomi il respiro.
La paura che m'impediva di dormire la notte, che mi perseguitava quando ero sola, e che aveva reso il mio carattere, già da prima scontroso, intollerabile.
Non ero abituata a questo tipo di emozione: io, Isabella Marie Swan, non avevo mai temuto nulla.
Non conoscevo la paura, e ora che la provavo, non sapevo come fronteggiarla.
E per questo mi detestavo.
Prima che tutto questo accadesse, niente e nessuno sarebbe mai riuscito a sottomettermi; ora, invece, avevo trovato qualcosa più forte di me.
Ero totalmente in balia al terrore.
E come potevo non esserlo dopo che entrambe le mie sorelle erano scomparse a distanza di qualche giorno?
La prima era stata Rosalie: alta, bionda, occhi azzurri, 19 anni, la maggiore delle tre.
Una mattina non la trovammo nel letto. Da lì la polizia cominciò a indagare e, in mancanza di prove, azzardò azzardato l'ipotesi che fosse scappata di casa.
Impossibile.
Rosalie era egoista, il tipo di persona a cui non importa niente di nessuno, ma con noi era completamente diversa: io ed Alice eravamo le uniche persone al mondo per cui Rosalie avrebbe fatto qualsiasi cosa.
Da quando, un anno prima, Charlie e Renée avevano perso la vita in un incidente stradale, Rosalie aveva assunto il ruolo di tutrice, risparmiando a me e Alice - entrambe ancora minorenni - l'orfanotrofio, e mettendo così in bella mostra l'affetto che provava per noi.
La polizia proseguì le indagini, poco convinta dall'idea di un rapimento.
Ma si dovette ricredere quando anche Alice sparì nello stesso modo: letto vuoto, vestiti, cellulare e portafoglio spariti.
Nessuna traccia da cui ricavare informazioni sul rapitore.
Qualche giorno dopo la scomparsa di Alice, il signor Parker - che alla morte di Charlie aveva preso il suo posto come capo della polizia di Forks - mi offrì tre dei suoi uomini, che avrebbero potuto frami da guardia del corpo per un periodo di tempo non prestabilito.
Anche lui, come tutti, pensava che prima o poi avrebbero rapito anche me, e che per questo avessi bisogno di protezione.
Rifiutai l'offerta.
Non sarei mai andata in giro con tre uomini armati alle calcagna, mostrando a tutti la mia vulnerabilità; non avevo mai chiesto aiuto a nessuno, e di certo non avrei cominciato a farlo ora.
Ma ero viziata, e avevo voluto molte cose, che mi erano sempre state date.
E ora volevo riavere indietro Rosalie e Alice.
Iscriviti a:
Post (Atom)