sabato 26 marzo 2011

                                                 FEAR OF YOU
                                     - CAPITOLO 3: REMEMBER -


Un'altra fitta allo stomaco.
Sbuffai, e controllai l'ora per l'ennesima volta: 18:02.
Era da più di 24 ore che non mangiavo, ma non avevo il coraggio di scendere in cucina, e incontrare di nuovo il ragazzo con gli occhi rossi.
Se fossi scesa, però, avrei potuto prendere cibo a sufficenza per qualche giorno, ed evitare di scendere ogni volta.
Mi feci coraggio e scesi dal letto, rabbrividendo quando i piedi nudi vennero a contatto con il pavimento freddo.
Scesi le scale in punta di piedi, attenta a fare meno rumore possibile.
Fu tutto inutile.
Lui era lì, sdraiato comodamente sul divano, le mani intrecciate sotto la testa e un piede penzoloni, e mi guardava.
Lo ignorai, cercando di calmare i battiti furiosi del mio cuore, e mi diressi in cucina.
Solo che, un attimo dopo, lui era seduto accanto al lavandino, e continuava a fissarmi.
Sussultai quando lo vidi apparire dal nulla, per poi fare finta di niente, e raggiungere il frigo. Lo aprii, sbirciandovi dentro.
Trovai solo due pomodori marci e un vasetto di yougurt.
Presi lo yougurt, leggendo la data di scadenza. Era andato a male da più di due settimane.
Lo rimisi a posto, chiudendo il frigo e voltandomi verso di lui.
<< Come ti chiami? >>
<< Edward. >>
<< Edward... ? >>
<< Edward e basta >>, tagliò corto lui.
Bene. Ora il ragazzo con gli occhi rossi aveva un nome.
Un bel nome.
<< Bene, Edward. Il tuo frigo piange. >>
Sollevò leggermente gli angoli della bocca, accennando un sorriso.
<< E' da tanto che non faccio la spesa. >>
<< Ah. E cosa mangi, allora? >>
Stavolta il sorriso fu più accentato.
Wow. Facciamo progressi.
<< Fidati, è meglio che tu non lo sappia. >> Corrugai le sopracciglia. Mi aspettavo più una risposta del tipo " mangio al ristorante ".
Cambiai argomento. Chissà perchè, qualcosa mi diceva che era davvero meglio non saperlo.
<< Bè, io ho fame. Vado a fare la spesa. >>
E nel frattempo avrei comprato anche un paio di scarpe.
<< Tu non vai proprio da nessuna parte. Ci vado io a fare la spesa. >>
Lo guardai, sollevando le sopracciglia.
Pensava forse che avrei colto l'occasione per scappare?
Era stato piuttosto chiaro nel dirmi che se ci avessi provato, mi avrebbe uccisa.
Ma lui non mi badò minimamente. Scese con agilità dal piano cottura e mi passò accanto, tirando fuori dalla tasca le chiavi della macchina, e facendole roteare su un dito.
Prima di uscire, però, si voltò verso di me, sorridendomi.
Stavolta per davvero.
<< Ricorda, Isabella: tu scappi, io ti ammazzo. >>


Cambiai canale.
Su questo davano il telegiornale.
Feci per cambiare di nuovo, quando una notizia attirò la mia attenzione.

<<
... anche la terza sorella Swan. A dare l'allarme è stata un'amica di Isabella, Angela Weber, che aveva un appuntamento con la giovane.
Non trovando la sua amica, la ragazza ha subito avvertito la polizia.
Da 22 giorni non si hanno più notizie di Rosalie, la più grande tra le Swan, mentre da due settimane si procede con le ricerche di Alice, la più piccola.
E ora, a meno di un mese dall'inizio delle sparizioni, anche la diciottenne Isabella Swan, scompare nel nulla.
La polizia continua le indagini, in cerca di indizi, non ancora trovati.
L'identità del rapitore è ancora un mistero, come lo è il motivo di queste sparizioni.
E' tutto per oggi...
>>

Spensi la TV, scioccata.
Come avevo fatto a scordarmene?
Oggi sarei dovuta andare a Seattle con Angela, per comprare una macchina.
Avrei dovuto avvertirla, annullare l'appuntamento...
Così, magari, la notizia del mio rapimento si sarebbe sparsa più tardi.
Se la polizia si avvicinava a Seattle, sarebbe stata la fine.
Di sicuro, Edward - per non correre il rischio di essere trovato - mi avrebbe portata in qualche città lontana e , a quel punto, avrei potuto dire addio all'idea di poter rivedere, un giorno, le mie sorelle.
E questo non doveva assolutamente accadere.


Sdraiata a pancia in giù sul letto, tamburellavo distrattamente le dita sul display del telefonino, cercando di ignorare i morsi della fame.
I miei dubbi erano stati confermati. Edward aveva tolto la SIM dal cellulare, in modo tale che non potessi chiamare o mandare messaggi a nessuno.
Non che avessi intenzione di farlo: dopotutto, se ci trovavano, quella che ci rimetteva ero io.
Sussultai quando la porta della camera si aprì, ed Edward apparve al mio fianco, seduto sul bordo del letto.
<< Non sei scappata. >>
Lo disse sorridendo, come se ne fosse sorpreso.
Falso.
E stronzo.
E fottutamente bello.
<< No. Sai com'è, mi dispiaceva lasciarti solo. >>
Ridacchiò. Io, invece, mi feci seria.
<< Si sono accorti della mia sparizione. L'ho sentito al telegiornale. Li ha avvertiti Angela, una mia amica. Aveva un appuntamento con me, oggi pomeriggio. >> Invece di arrabbiarsi, come mi aspettavo, si limitò a fare spallucce.
<< Non ti troveranno mai. >>
Dal modo in cui lo disse, spensierato, come se fosse una constatazione del tutto ovvia, capii che era vero: non mi avrebbero trovata. Non sarei mai tornata a Forks.
Ma se questo era l'unico modo per rivedere Rosalie e Alice, non m'importava nulla.
<< Ho lasciato le buste della spesa in cucina. Mettile a posto tu. >>
Un'attimo dopo, non c'era più.
Stronzo.
Sbuffai, e scesi al piano di sotto, dirigendomi in cucina.
Sul tavolo erano posate tre buste.
Ne aprii una, e presi la prima cosa che mi capitò sottomano: una confezione di prosciutto crudo. L'aprii, e ne mangiai una fettina.
Avevo una fame da lupi.
Frugai nelle buste, alla ricerca del pane. Lo trovai, e ne presi un pezzo, che mangiai con dell'altro prosciutto.
Finii metà del pane e tutta la confezione di prosciutto.
Finalmente sazia, cominciai a svuotare le buste, mettendo il loro contenuto nel frigo o sulle mensole della cucina.
Quando ebbi finito, salii in camera.
Persi un battito quando vidi Edward seduto sul mio letto, con le cuffiette del mio I-Pod alle orecchie.
Seduto, però, non era il termine corretto.
No.
Edward era sdraiato sul letto, le mani intrecciate dietro la testa e una gamba piegata, con il piede all'altezza del ginocchio dell'altra.
L'immagine del puro relax.
... o del puro erotismo.
Gli strappai le cuffiette dalle orecchie, spegnendo l'I-Pod e posandolo sul comodino.
<< Cosa cazzo ci fai qui? >>
Non ero stato lui a dirmi di non volermi tra i piedi?
Mi fulminò con lo sguardo.
<< E' casa mia. Sto dove mi pare. >>
Soffocai l'ondata di parolacce che avrei voluto dirgli, e mi zitii.
Se volevo rivedere le mie sorelle, dovevo imparare a controllarmi.
Non potevo prenderlo a parolacce, come normalmente avrei fatto con chiunque avesse osato rispondermi in quel modo, e poi sperare che mi portasse da loro.
Così, strinsi i denti, ingoiando il vaffanculo che avevo sulla punta della lingua.
Autocontrollo.
<< D'accordo. >>
Si mise a sedere con un movimento agile e veloce, tanto da sembrare sfocato.
Incatenò gli occhi ai miei.
<< Sai perchè ti ho rapita? >>
Non mi aspettavo che mi chiedesse questo.
Sinceramente, non avevo mai pensato al motivo dei rapimenti, ossessionata com'ero dal pensiero delle mie sorelle.
<< No. >>
<< Ti sei fatta un idea, almeno? >>
Ci pensai. Sicuramente non per i soldi.
Quelli avrebbero potuto rubarli senza prendere anche noi.
E allora perchè?
<< No. >>
Sospirò, frustrato.
<< Perchè mi hai rapita? >>
Volevo saperlo.
Volevo sapere il motivo per cui io e le mie sorelle ora non ci trovavamo a Forks, a ballare con Mike, Jessica e Angela in qualche discoteca.
Volevo sapere perchè non potevamo vivere come tutti gli altri adolescenti.
Ma lui si limitò a scrollare le spalle.
<< Cazzi miei. >>
Basta.
Fanculo all'autocontrollo.
<< Cazzi tuoi? Rosalie e Alice sono le uniche persone che ho al mondo, e voi me le avete portate via. Sai una cosa? Mi fate schifo. >>
E gli sputai in faccia.
Non so dove trovai il coraggio di farlo, ma non me ne pentii affatto.
Neanche quando lui, dopo essersi pulito il viso con una manica, si alzò in piedi e mi afferrò un polso, stringendolo in una morsa d'acciaio.
Era furioso.
<< Non vedrai mai più le tue sorelle. Passerai qui dentro tutto il resto della tua misera vita, minuto dopo minuto. Hai finito di vivere. Da ora. >>
Aumentò la presa sul polso, strattonandolo, come per enfatizzare ciò che aveva appena detto.
Poi mi lasciò andare, dirigendosi verso la porta.
Solo che, un attimo prima di uscire, si voltò verso di me.
<< Ricordalo. >>

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