venerdì 11 marzo 2011

                                      FEAR OF YOU
                                  - CAPITOLO 2: ABDUCTION -


Avrei voluto urlare, urlare più forte che potevo... ma non aprii bocca.
Non era forse questo quel che volevo?
Sapevo che prima o poi avrebbero preso anche me e, malgrado la paura, bramavo quel momento.
Non avevo motivo di urlare.
Ero stata accontentata: ora, finalmente, avrei potuto rivedere la mie sorelle.
<< Alzati >>, ordinò. Obbedii, scalciando via le coperte e alzandomi in piedi.
Nell'oscurità, avvertii un leggero click, e una luce fioca illuminò la stanza.
Ora potevo vederlo.
Aveva all'incirca la mia età, ed era bello. Molto, molto bello.
Folti capelli rossicci, scompigliati, naso dritto, fronte ampia, labbra piene.
Per un attimo, però, ignorai tutto, studiando attentamente le sue iridi rosse.
Non ne avevo mai viste di simili.
Mi passò uno zaino.
<< Tieni. Mettici dentro più vestiti possibile. >>
Obbedii nuovamente, dirigendomi verso l'armadio e cominciando a riempire velocemente lo zaino, senza neanche badare a ciò che ci mettevo dentro.
Prima finivamo, prima avrei rivisto Rosalie ed Alice.
Infilai a forza una camicetta bianca. Era pieno.
Tentai di chiudere la cerniera, ma niente: era incastrata. Imprecai, provandoci un'altra volta. Niente.
Due mani fredde scansarono bruscamente le mie, chiudendo agili lo zaino, e issandoselo in spalla.
<< Prendi questi. >> Mi porse il cellulare e il portafoglio. Afferrai la tracolla che il giorno prima avevo lasciato sulla scrivania e la indossai, infilandoceli dentro.
Spalancai gli occhi, trattenendo a stento un urletto sorpreso, quando non sentii più il pavimento sotto i piedi. Mi aveva presa in braccio, e si dirigeva senza il minimo sforzo verso la finestra aperta.
Evidentemente, era entrato da lì. Solo che non c'erano né funi né altro.
E allora come dia-.
Mi aggrappai istintivamente a lui quando si lanciò fuori dalla finestra, con me in braccio. Chiusi gli occhi, aspettando il momento in cui ci saremo sfracellati al suolo.
Solo che non arrivò.
Quando riaprii gli occhi, lo vidi dirigersi verso una Volvo grigia, senza neanche un graffio.
Aprì lo sportello del passeggero, e mi depositò sul sedile, posando lo zaino ai miei piedi. Un istante dopo si trovava accanto a me, al posto di guida.
Come cavolo ha fatto?
Mise in moto e partì.
Non mi aveva bendata, né mi aveva ordinato di chiudere gli occhi.
E questo voleva dire solo una cosa.
Mi voltai verso il finestrino, mentre una lacrima solitaria mi scendeva sulla guancia.
Forse l'ultima.


Eravamo a Seattle.
Conoscevo Seattle quasi quanto Forks: io, Rosalie ed Alice ballavamo in un night club lì vicino. Non lo facevamo per i soldi, visto che quelli non erano mai mancati, ma solo per divertimento. Amavamo muoverci al ritmo della musica, con gli sguardi affamati degli uomini puntati su di noi. Ma quando Rosalie scomparve, io ed Alice ci licenziammo. Senza di lei, niente era più come prima.
Le strade erano deserte. Mi resi conto di non sapere che ore fossero.
Ma, dopotutto, cosa importava?
Presto sarei morta.
Come erano morte le mie sorelle.
Svoltò in una stradina che non avevo mai notato prima, e percorse qualche kilometro, prima di fermarsi.
Issai lo zaino in spalla e scesi, guardandomi intorno. Davanti a me c'era una schiera di case, tutte costose, a giudicare dall'aspetto.
Il ragazzo mi affiancò in un attimo, afferrandomi malamente per un braccio e conducendomi verso una delle case più belle.
Si frugò in tasca e ne estrasse un mazzo di chiavi, aprendo la porta con il braccio libero, mentre con l'altro continuava a tenere il mio.
Mi spinse dentro casa, mollando la presa sul mio braccio, e si chiuse la porta alle spalle, per poi accendere la luce.
Arretrai, barcollando.
<< Dove sono loro? >>
Alzò lo sguardo su di me, capendo subito a chi mi riferissi, e fece spallucce.
<< Non ho rapito io le tue sorelle. >>
Un tuffo al cuore. Sentii il sangue ghiacciarsi nelle vene, mentre le sue parole si facevano strada dentro me, fino a colpire il cuore.
<< E chi è stato, allora? >> Mormorai, con un filo di voce.
<< I miei fratelli. >>
Dio, no, no, no...
<< Voglio vederle >>, esordii, determinata.
Fu questione di un attimo. I suoi contorni si fecero opachi, e sparì dalla mia visuale, per apparire un secondo dopo davanti a me. Le sue iridi, di quel colore così singolare, ardevano di rabbia.
<< Sono io che decido. E tu resterai qui. Prova a scappare e ti ammazzo >>, scandì, lentamente. Mi zittii, terrorizzata.
<< E ora, Isabella, fa come ti dico >>, sibilò.
Non mi chiesi perchè conosceva il mio nome. Era la cosa che meno importava, ora.
<< Sali al piano superiore; la tua stanza è la seconda a destra. Sistema lì le tue cose e restaci il più possibile. Non ti voglio tra i piedi. >>
Bè, allora potevi non rapirmi.
Salii le scale, ritrovandomi al primo piano. C'erano quattro porte: mi diressi verso la seconda a destra, indicatami da lui, ed entrai.
La stanza era enorme, perfino più grande della mia, a Forks. I colori prevalenti erano il bianco e il nero.
Mi avvicinai al letto a due piazze, posandovi sopra lo zaino e la tracolla, e svuotandoli.
I vestiti che avevo portato erano pochi e sgualciti. E in più, nella fretta, avevo dimenticato le scarpe.
Sbuffai, prendendo dal mucchio di vestiti un paio di jeans neri, e provando senza risultato a eliminare le pieghe con le mani.
Rinunciai a stirarli e li piegai, dirigendomi verso l'enorme armadio accanto al letto. Lo aprii, presi una stampella e ci appesi i jeans.
Quando ebbi finito con i vestiti, mi sedetti sul letto, appoggiando sul comodino lo zaino e la tracolla. In quest'ultima, c'era l'I-Pod touch che il giorno prima avevo portato a scuola, il portafoglio, il beauty-case e il cellulare.
Controllai l'ora sul display dell'I-Phone: le 4:47.
Poggiai la testa sulla testiera del letto, e chiusi gli occhi, ripensando alle parole del ragazzo con gli occhi rossi.
Aveva detto che erano stati i suoi fratelli a rapire Rosalie e Alice.
Quindi loro, se erano ancora vive, dovevano trovarsi nella mia stessa situazione.
Rapite da un ragazzo bellissimo, che si buttava da una finestra atterrando agile come un gatto, e che dopo averle rapite gli diceva di non volerle tra i piedi.
In poche parole, erano nella merda.
Non potevo fuggire e rischiare di essere uccisa, ora che ero quasi certa che Rosalie e Alice
fossero vive.
L'unica soluzione era aspettare. Magari, un giorno, il ragazzo con gli occhi rossi mi avrebbe permesso di rivederle. Anche se ne dubitavo fortemente, mi aggrappavo a quella speranza.
Avrei pazientemente aspettato. E sarei tornata da loro.

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